Troia o Ilion, originariamente chiamata Wilusa rappresenta il teatro della guerra di Troia, le cui vicende sono magistralmente narrate nell’Iliade del poeta Omero che narrò la storia dell’assedio, mentre la distruzione della città è contenuta nell’Odissea.

La città venne abitata dal III millennio a.C. e coincide con l’attuale provincia di Çanakkale, nei pressi dello stretto dei Dardanelli, quindi in posizione strategica per l’accesso al Mar Nero. Nei dintorni troviamo la catena del Monte Ida e l’isola di Tenedo.

La mitologia greca si è dilungata molto circa le vicende della città, iniziando a narrare come i capostipiti della famiglia reale troiana fossero da individuarsi in Elettra e Zeus. Proprio quest’ultimo conobbe Teucro con il quale iniziò una solida amicizia, tanto da donargli in sposa la figlia Batea.

La Dardania era il primo insediamento urbano fondato da Dardano e, dopo la sua morte il regno venne concesso al nipote Troo, il quale è ricordato anche per due dei suoi figli, Ganimede e Ilo. Ganimede mentre si dedicava all’attività di pastorizia dei suoi greggi, sul Monte Ida, subì il ratto da parte di Zeus, che rimase colpito dalla grande avvenenza del giovinetto, tanto da sceglierlo quale coppiere personale.

Ilo, invece, stabilì le basi per fondare la città oggi conosciuta con il nome di Troia o Ilion. Mentre era intento nel portare a compimento questo arduo incarico, Ilo chiese al signore degli dei un segno di benevolenza. Ecco, allora che nelle profonde gole terrestri venne rinvenuta una grande statua lignea (Palladio) raffigurante Pallade, compagna e amica della dea Atena, oggetto considerato caduto dal cielo. Un oracolo affermò che se la statua fosse rimasta nei confini cittadini, Troia avrebbe potuto beneficiare del vantaggio dell’invincibilità e dell’inattaccabilità. Venuto a conoscenza di queste notizie, Ilo, senza indugio alcuno, fece erigere un tempio da dedicare ad Atena, proprio nel luogo del ritrovamento.

Gli dei Poseidone ed Apollo dotarono la città di grandi mura e fortificazioni intorno al perimetro abitato, in modo da renderlo inespugnabile. La richiesta era stata avanzata da Laomedonte, figlio di Ilo e suo legittimo successore. Non appena venne portato a termine il lavoro, Laomedonte non volle onorare il suo debito, versando il corrispettivo pattuito in precedenza. Poseidone, allora, decise di inondare la campagna, distruggendo i raccolti e facendo divorare gli abitanti da parte di un mostro marino. Un oracolo, allora, nel cercare di fornire una valida soluzione a questa situazione divenuta ormai insostenibile, enunciò che solo un sacrificio umano avrebbe potuto placare Poseidone. Non era sufficiente, però, il sacrificio di un umano qualsiasi, bensì Laomedonte avrebbe dovuto concedere al mostro marino, sua figlia Esione. Il sovrano accettò questo compromesso e fece incatenare ad una roccia nelle vicinanze della costa, sua figlia.. In quel preciso istante giunse Eracle che reso edotto dal re circa cosa stesse accadendo, si impegnò a salvare la ragazza, ma con la promessa di ricevere in cambio due velocissimi cavalli divini. Eracle giunti sulla spiaggia liberò la donna e dopo tre giorni, grazie all’aiuto della dea Atena riuscì a sconfiggere la creatura mostruosa.

Dopo questi estenuanti combattimenti, Eracle era ora pronto a ricevere la sua giusta ricompensa ma, anche questa volta Laomedonte non volle ottemperare all’accordo e consegnò due cavalli ordinari anziché i due cavalli divini come richiesto dall’eroe.

Eracle, allora, scoperto l’inganno lasciò la città e dopo alcuni anni fece ritorno con 18 navi per conquistare Troia, impresa che gli riuscì. Uccise anche Laomedonte e tutti i suoi figli, solo uno venne salvato, si trattava di Podarce che era stato l’unico ad aver chiesto al padre di rispettare i patti. Naturalmente anche Esione venne graziata e affidata in sposa a Telamone. La giovane accettò ma chiese che Podarce venisse liberato dallo stato di schiavitù, vicenda che portò il ragazzo a mutare nome in Priamo il salvato, proprio per delineare il mutamento del suo stato da schiavo a liberato, che divenne, poco dopo re di Troia

Omero nella sua Iliade narra lo scontro tra gli Achei greci e i Troiani, che si disputò proprio sotto il regno del re Priamo, anche se la datazione dei conflitto è ancora attualmente dubbia, basti pensare come Eratostene la faccia risalire tra il 1194 e il 1184 a.C.; Marmor Parium tra il 1219 e il 1209 a.C.; Erodoto nel 1250 a.C. circa.

Troia conobbe anche una lunga spedizione bellica ad opera dei Micenei, sotto il comando di Agamennone, re di Micene che voleva cancellare l’onta che aveva subito suo fratello Menelao, re di Sparta, al quale era stata sottratta la moglie Elena, la donna più bella del mondo, da parte del principe Paride, figlio di Priamo. Il lungo conflitto venne vinto dagli invasori e la città capitolò con lo stratagemma del cavallo di legno, ideato da Ulisse.

Gli eroi di Troia sono per la maggior parte morti nel corso della guerra, mentre quelli che riuscirono ad avere salva la vita fuggiro verso il Mare Mediterraneo e la Sicilia.

Virgilio e Tito Livio narrarono come un gruppo capitanato da Enea e uno da Antenore si spostarono prima a Cartagine poi verso la penisola italiana. Enea arrivò nel Lazio, mentre Antenore proseguì il suo cammino e ad egli è attribuita la fondazione della città di Padova.

Le numerose testimonianze, però, sono piuttosto discordanti e l’unico popolo realmente da considerarsi discendente dai Troiani sarebbe un popolo della Sicilia occidentale, quello degli Elimi.

Una località ricca di reperti storico archeologici come quella di Troia è stata centro di attenzione da parte di numerose spedizioni, scavi e studi. Dall’inizio del XIX secolo la scoperta di una varietà di iscrizioni aveva portato Edward Daniel Clarke e John Martin Cripps a considerare la sede di Troia la collina di Hissarlik, posta a circa 5 km dallo stretto dei Dardanelli, il geologo scozzese Charles MacLaren, invece, aveva ipotizzato che la Nuova Ilio di origine greco-romana fosse da identificarsi con la rocca tanto decantata da Omero. Nel 1776 il diplomatico francese Marie Gabriel Florent Auguste De Choiseul Gouffier sosteneva che la sede di Troia fosse la collina di Bunarbaschi, a poco più di 10 km dai Dardanelli, tesi avvalorata, anni più tardi da Jean Baptiste Le Chevalier.

Nel 1871 un giovane archeologo tedesco, Heinrich Schliemann si recò sulla sponda dello stretto dei Dardanelli, concentrando la sua ricerca sulla collina di Hissarlik, ove potè osservare la presenza di numerosi strati corrispondenti ad altrettanti periodi storici della città.

Le missioni archeologiche che sono seguite sono poi state dirette da Wilhelm Dörpfeld e Carl Blegen, i quali hanno scoperto ben nove livelli sovrapposti.

Con i risultati desunti in seguito a tutti gli studi che vennero condotti a Troia, è stato possinile ricostruire la reale storia della città, stabilendone le dieci fasi di occupazione. I primi quattro insediamenti sono risalenti al III millennio a.C., il quinto è sintomo di un rifiorire del sito, così come il sesto, il settimo, invece è identificabile con la città omerica, l’ottavo e il nono strato sono quelli della Grecia arcaica e quello della Grecia classica rappresentata dall’età di Pericle, l’ellenismo e la civiltà romana, il decimo ed ultimo strato è il centro urbano bizantino.

Il primo insediamento presenta oltre dieci fasi di costruzione che si svilupparono tra il 2920 e il 2450 a.C., fu scoperto da Heinrich Schliemann ed articolata in un recinto di mura in pietra fortificata di spessore pari a circa 3 metri e con bastioni quadrangolari. Le pietre erano irregolari ma presentavano ceramiche decorate con facce umane stilizzate. Distrutta da un incendio e una volta riedificata diede origine a Troia II.

Il secondo insediamento risale al periodo compreso tra il 2450 e il 2300 a.C. e comprende almeno otto fasi costruttive che hanno occupato un’area di novemila metri quadrati. Era un’area che presentava case in mattone crudo sui quali sono visibili e riscontrabili segni di incendio. Il muro poligonale presentava due grandi portali d’accesso che erano raggiungibili attraverso rampe di pietra e torri quadrangolari agli angoli. La porta maggiore era posizionata sul lato sud ovest che portava al palazzo reale, ovvero il megaron, affiancato da una serie di residenza private della famiglia reale ed un magazzino. Erano presenti anche 600 pozzi contenenti grandi giare destinate alla conversaione dei beni. E’ un tesoro dall’inestimabile importanza, nel quale vennero ritrovati oggetti tempestati da pietre preziose, oltre ad una serie di abiti ed ornamenti, vasi in oro e argento. L’oggetto più apprezzato è un disco ornato da unm onphalos, ovvero un ombelico, un rigonfiamento nel centro del reperto e un largo manico piatto terminante in una serie di dischi dalle dimensioni ridotte che, secondo numerosi studi, sembra sia stato impiegato per setacciare l’oro.

Il terzo strato è databile intorno al periodo 2350-2200 a.C., anch’esso in pietra. Al suo interno sono stati ritrovati caratteristici vasi antropomorfi.

Il quarto strato risale al 2200-1900 a.C. e ha una superficie di 17.000 metri quadrati, caratterizzato da forni a cupola e le abitazioni con quattro stanze.

Il quinto strato, datato tra il 1900-1700 a.C. ha un assetto regolare con case più spaziose che rappresentarono la conclusione della fase micenea di Troia.

Il sesto strato, risalente al 1700-1250 a.C., è lo strato che rappresenta il periodo cruciale della storia dell’Anatolia, con l’inizio e la conseguente espansione dell’impero ittita. La pianta della città era a forma ellittica con terrazze ascendenti e mura fortificate alte e spesse.

Il settimo strato si suddivide a sua volta in quattro sottostrati, il primo comprende gli anni tra il 1250 e il 1170 a.C.; il secondo è risalente al XII secolo a.C.; il terzo è dell’XI secolo a.C.; il quarto si estese fino a circa il 950 a.C..

L’ottavo stato è dell’VIII secolo a.C. ed era una colonia greca priva di qualsiasi forma di fortificazione.

Il nono strato è risalente al IV secolo a.C., tipico dell’età romana, tanto che si connotava per costruzioni romane edificate sulla sommità spianata della collina.

Il decimo ed ultimo strato è quello del periodo bizantino.

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